
«Quando Peter Fortune aveva dieci anni, i grandi dicevano che era un bambino difficile. Lui però non capiva in che senso. Non si sentiva per niente difficile […].
Fu solo quando era ormai già grande da un pezzo che Peter finalmente capí. La gente lo considerava difficile perché se ne stava sempre zitto. E a quanto pare questo dava fastidio. L’altro problema era che gli piaceva starsene da solo. Non sempre naturalmente. Nemmeno tutti i giorni. Ma per lo piú gli piaceva prendersi un’ora per stare tranquillo in qualche posto, che ne so, nella sua stanza, oppure al parco. Gli piaceva stare da solo e pensare i suoi pensieri.Il guaio è che i grandi si illudono di sapere che succede dentro la testa di un bambino di dieci anni […].
Quanto a stare per conto suo, be’, neanche quello ai grandi andava giú. A mala pena sopportano che lo faccia uno di loro. Se ti unisci alla compagnia, la gente sa che cosa ti passa per la mente. Perché è la stessa cosa che sta passando per la mente degli altri. Se non vuoi fare il guastafeste, devi unirti alla compagnia. Ma Peter non la pensava cosí. Non aveva niente in contrario a stare con gli altri quando era il caso.
Ma la gente esagera.
Anzi, secondo lui, se si fosse sprecato un po’ meno tempo a stare insieme e a convincere gli altri a fare lo stesso, e se ne fosse dedicato un po’ di piú a stare da soli e a pensare a chi siamo e chi potremmo essere, allora il mondo sarebbe stato un posto migliore, magari anche senza le guerre.»
L’inventore di sogni – Ian McEwan
